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PR025
Mazzieri Elvira
S.Secondo
07-01-1994
Tratto dal libro di Elio Grossi

 

 

 

 

Elvira Mazzieri è stata ricamatrice a San Secondo per quasi 50 anni. Poco prima della guerra, ancora ragazzina, aveva preso alcune lezioni di ricamo da una maestra del paese, Emilia Bodini Piazza. Poi, nonostante i disagi provocati dal conflitto, si era recata molte volte in città a perfezionarsi presso la zia materna Meri.
La zia Meri, in quei tempi difficili, vantava in città una clientela d’élite esigente e competente. Poi Elvira tornò a San Secondo, non solo specializzata, ma anche molto entusiasta e decisa che quello sarebbe stato il suo mestiere per tutta la vita.
-“Ho iniziato – racconta Elvira – improvvisando una specie di laboratorio nella mia stessa cucina. In famiglia eravamo in cinque: i genitori e tre fratelli. Abitavamo in via Giulio Oddi dove lo spazio non era solo piccolo ma proprio angusto”.


-Quali sono gli strumenti di una ricamatrice?-
-“Il telaio di legno leggero, formato da un semplice cerchio sorretto da due piccoli montanti uniti in basso da un’assicella orizzontale. È questa che poi si appoggia sulle ginocchia. Segue il punteruolo fatto d’osso, le piccole forbici e gli aghi dei numeri 7, 8 e 9. Non c’è un vero e proprio cestino degli attrezzi. La ricamatrice porta un grembiule bianco con ampie tasche dove tiene questi semplici oggetti e vari gomitoli di fili di cotone speciale per ricamo e anche di colore vario”.


-Il suo primo lavoro?-
“ Di solito s’inizia con le cifre, ovvero le ‘iniziali’. Su camicie, indumenti intimi, grembiuli scolastici. Già con questi semplici lavoretti si comincia a mettere a prova la propria fantasia, perché di solito, almeno un tempo, non veniva richiesto come dovevano essere quelle iniziali. La ricamatrice decideva da sola, a seconda del cliente, se farle in corsivo, in stampatello, o in carattere antico…”.


-La sua prima soddisfazione?
“I corredi per neonati. Spesso venivo chiamata in una casa (o diciamo anche casato, in quei tempi del dopoguerra), per preparare la culla di un bambino che doveva arrivare. Devo ammettere che ero un po’ emozionata, specie le prime volte. Non era una cosa proprio semplice. Tutta la culla, con il suo addobbo sopra, la sua imbottitura dentro, doveva legare o ‘ combinare’ bene con la camera matrimoniale. La stoffa, i colori, le dimensioni… In un certo senso ero chiamata a fare un piccolo progetto”.


-Quindi la sua prima culla non venne ‘bocciata’.
“Al contrario, me ne sono state ordinate tante. E ho fatto anche quella per mio figlio Andrea. Poi mi sono stati ordinati i ricami per molti copriletti, biancheria personale, biancheria da letto, federe, tovaglie, tovaglioli. Ci si rivolgeva alla ricamatrice soprattutto per gli abitini del battesimo, della prima comunione e poi la cresima. Per le bambine in modo particolare, ma anche per i maschietti”.


-Vedere un letto matrimoniale ricamato sopra e sotto dalle proprie mani…
“ È un’altra grande soddisfazione. Adesso è anche un discreto valore possedere un corredo in gran parte ricamato”.


Elvira Mazzieri racconta che proprio negli anni dopo la guerra, molte ragazze di San Secondo, non avendo nessun lavoro, si rivolgevano a lei per avere qualche lezione di ricamo.
“ In quel tempo me ne sono trovate anche più di dieci, tutte insieme, strette in cucina, con il telaino sulle ginocchia intente a prepararsi il corredo. Ma quello che più mi fa piacere è sapere che tutte quelle ragazze,e tante altre che sono venute dopo, anche se hanno poi intrapreso mestieri diversi, sono certa che nei ritagli di tempo, di sera, in certe giornate d’inverno sapevano come passare il tempo, facendo un oggettino grazioso da tenere in casa o da donare”.


-Ma non è un’attività che stanca?
“ Il pittore si stanca a dipingere? Il ricamo non è certo da paragonare alla pittura, ma io so che non ero mai stanca, pur lavorando dal mattino presto fino a tarda notte. La ricompensa non era tanto nella paga, quanto nel vedere il lavoro finito, dove c’era del mio ingegno, fantasia, inventiva. Sapesse quanto volte ho sentito le clienti, che vedendo il lavoro finito esclamavano: ‘Oh, non credevo venisse così bello!’
Sono poi oggetti che una donna porta con sé volentieri tutta la vita, che custodiscono gelosamente e che mostra con orgoglio… E così io so che molti mie ricami sono sparsi in gran parte d’Italia”.


-Perché si ricama anche a colori..
“Certo! Fantasia nella fantasia. Ho sempre preferito i motivi floreali. L’accostamento dei colori richiede molta attenzione, perché anche un piccolo ‘centro’ può diventare un angolo di giardino. Tenuto in casa magari sotto la sveglia”.


-Le doti principali di una ricamatrice?
“Soprattutto tanta passione. Poi moltissima pazienza. E alla fine, godersi il lavoro fatto, è quasi come ascoltare una musica…”.