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PR026

Ranieri Nando

S.Secondo

07-01-1994

Tratto dal libro di Elio Grossi

 

 


Nando Ranieri è stato infermiere dell’ospedale di San Secondo dal 1946 al 1969 quando è andato in pensione.

Figlio di uno spesato era nato ad Albareto di Fontanellato nel 1910.  Nel 1931 aveva fatto il regolare servizio di leva.

“Ma poi al Duce era venuto il pallino di conquistare un ‘posto al sole’ – racconta Nado – ed io sono stato richiamato ed inviato sotto il sole cocente somalo, a Mogadiscio. E, non so per quale motivo, sono finito nel Reparto Sanità. Proprio io che conoscevo solo il tridente, la falce fienaia e non avevo mai preso in mano una siringa per punture”.

È stato quindi per casualità che il nostro infermiere ha cominciato ad imparare quello che sarà il suo mestiere per sempre. Dopo tre anni d’Africa Orientale, Ranieri è rientrato e il Duce aveva in serbo un bel regalo per gli ex combattenti del fronte africano purché fossero molto bisognosi: emigrare in Germania.

"Lassù insieme alla moglie, ho trovato lavoro in un’azienda agricola."

Poi è scoppiata la seconda guerra mondiale e Nando è stato richiamato una seconda volta e inviato sul fronte greco. Data la precedente ‘specializzazione’, per 5 anni Nando è stato infermiere in un ospedale da campo. Ne è ritornato solo a guerra finita su un camion che trasportava zolfo e viti.

Nel 1946 Nando, detto anche ‘Nanden’, era sposato, aveva due figli ed era disoccupato. L’ospedale di San Secondo, con circa 60-70 posti letto, aveva un organico infermieristico di 2 persone.

“Una era andata in pensione e l’allora responsabile del complesso, il professor Alfieri, conoscendo la mia necessità e sapendo che una puntura la sapevo anche fare, mi ha assunto”.

 

-Che cosa doveva fare l’infermiere, nel 1946, a San Secondo?     

“Si andava a lavorare tutte le mattine alle 5. Le prime due ore erano per le pulizie: scopare e lavare tutti i pavimenti. Poi alle 7 si cominciava la terapia”.

 

-Ma con due infermieri come avvenivano i turni?

“Quando non era la mia settimana per andare a dormire a casa, voleva dire che rimanevo 24 ore su 24 e così per l’altro infermiere, la settimana dopo.

 

-Ma c’era da morire sfiniti

“Infatti dormivo a spezzoni. Mi buttavo su una barella sistemata proprio di fronte al quadro campanelli delle varie camere, per avvertire subito il minimo trillo e saltare giù in fretta. Era il classico dormire con un occhio aperto”.

 

-E le ferie?

“Solo dopo 5 anni di servizio mi sono stati concessi  5 giorni di ferie. La paga era di 11.000 lire al mese. Non male se si considera che consumavo i pasti in ospedale”.

 

-Infermiere tuttofare.

“Persino i portinai. Quando arrivava qualche parente o un nuovo ricovero, suonavano al portone a piano terra. Toccava a noi aprire. C’erano due rampanti di scale con un grosso corrimano di legno. Io avevo imparato ad usarlo come scivolo per arrivare prima alla porta. Ero stato soprannominato, in gergo, ‘Saiéta’”.

 

-Ha qualche ricordo particolare?

“Quando vedevo un ammalato che dopo un’operazione, tipo appendicite, se ne stava ancora tutto mogio cercavo di tirarlo su di morale raccontandogli qualche barzelletta. Quello subito ci stava, poi veniva preso dalle risa incontenibili e si sentiva b’bruciare i punti’ per cui: ‘Basta! Basta! Va via!” E qualche volta mi arrivava una ciabattata.

 

-Qualche ricovero singolare?

È stato in seguito al tornado abbattutosi su Torricella di Sissa nel luglio del 1965. Quel turbine aveva percorso quasi tutta la nostra sponda destra del Po alla velocità di 150 km all’ora. Mi sono visto arrivare lì, in poco tempo, circa 20 persone ferite. Mi trovavo solo per cui ho dovuto prima chiamare tutti i professori e dottori, poi fare il mio supplemento di lavoro”.

 

Nando Ranieri si ricorda che nei primi anni del suo servizio da infermiere c’erano poche auto e nessuna ambulanza. Così è capitato che qualche volta, anche di notte, fui chiamato in paese per andare con la barella a rotelle a prendere con urgenza un malato, spingendo per le vie.

 

-Ma lei ci ha detto che a San Secondo, oltre a Medicina, Chirurgia e Geriatria, c’era anche il reparto Ostetricia. Quindi quando una partoriente aveva bisogno di assistenza?

“Non me ne parli! A quanti parti ho assistito! Ma non lo facevo volentieri, sarei andato a fare chissà che cosa, piuttosto!”.

 

-Il ricordo più bello?

“Una frase. Un complimento che un giorno mi ha fatto il professor Nardi: ‘Bravo Nando. Fai fai sempre così come stai facendo. Sei molto bravo. Di più non si può fare’. Non ci sono medaglie né diplomi che possono sostituire una frase come quella"-

Nando Ranieri, da 25 anni è in pensione. Abita alla periferia di San Secondo lungo la provinciale per  Roccabianca. È contento di dormire sempre nel suo letto e non su una barella con davanti i campanelli degli ammalati. Al mattino si alza lo stesso presto, ma per portare a spasso il suo cagnolino.

“Ho smesso di ‘vedere’ nascere bambini. Adesso guardo crescere l’insalata nell’orto. E soprattutto ogni primavera, i nuovi tralci dei quattro ‘piedi0 di vite che coltivo nel terreno attorno a casa.