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Ercole Gualazzini

Nato a SAN SECONDO PARMENSE il 22 giugno 1944

 

Atleta possente e rapido negli arrivi avrebbe potuto vincere di più se, anche per il suo temperamento generoso, non avesse preferito eseguire con dedizione e slancio un gioco tattico a vantaggio dei leaders delle sue équipes, in particolare di Gimondi, De Vlaeminck, Sercu e Saronni. Dopo un paio di stagioni a secco di vittorie con la Salvarani passò alla Max Meyer con la quale nel '69 ottenne la sua prima vittoria: la tappa di Bilbao nel Giro di Spagna. Rientrato alla Salvarani si assicurò, vincendo anche due delle tre tappe, il Giro dell'Indre et Loire '70 quindi la tappa di Benevento del Giro '71; quella di St. Jean de Monts nel Tour '72 e di Olbia nel Giro di Sardegna '73 con la Bianchi.
Passato alla Brooklyn vinse ancora una tappa del Giro (Valenza) e una del Tour (Roscof) nel '74. Nel Giro d'Italia vinse ancora a Verona nel '76 e a Trieste nel '77 per la Scic, con la quale s'impose pure nella Sassari-Cagliari d'inizio stagione.
Dopo tredici stagioni da professionista, alla fine del 1978 si ritira dall'attività agonistica con un palmares di una dozzina di vittorie.

 

 

 

 

Castione Baratti 1961 1° classificato

1 Mangora Antenore - 3 Ercole Gualazzini

4 Mangora "Marena"

 

Ercole Gualazzini e Roffi Pietro

(senza data)

1 Bolsi Alceo"Gigio" - 2 Mangora "Marena" - 3 Ercole Gualazzini

(senza data)

1 Bocchia Arnaldo - 2 Mangora "Marena" - 3 Ercole Gualazzini -4 Antonietta Gualazzini

Pieve San Giacomo 8/7/1962 1° classificato

 

LENO 22 marzo 1964 Arrivo in volata e premiazione

 

1967

 

1 Vittorio Adorni  2 Emilio Casalini  3 Luciano Armani  4 Ercole Gualazzini

 

1968

 

3 marzo 1977

 

 

 

Da GAZZETTA DI PARMA del 20 maggio 2008

Protagonisti al Giro Dopo Adorni è il parmense che ha vinto più tappe nella corsa rosa
Gualazzini, quella mitica volata alla PotenzaBenevento del '71
Sansecondino purosangue protagonista con la Salvarani ai tempi d'oro del ciclismo parmense

Passista  «Ero un gregario che ogni tanto aveva via libera e la sfruttava»
Alberto Dallatana
Ercole Gualazzini, «sgundén» purosan­gue, è il parmense che, dopo Adorni, ha vinto più tappe al Giro d’Italia: quattro, più una cronostaffetta con la Salvarani, che nel 1971 aprì la sua serie di vittorie nella corsa rosa. La prova a squadre, da Lecce a Brindisi, inaugurava il Giro di quell'anno. Sull'ammiraglia Sal­varani c'era proprio Vittorio Adorni, che aveva da poco ap­peso la bicicletta al chiodo. Nel Salento le maglie azzurre rifila­rono 3' alla Molteni e 43' all’al­tra squadra parmense, la Scic, che però ebbe modo di rifarsi nella seconda tappa, la BariPo­tenza, dove il capitano Enrico Paolini batté Gianni Motta, ribattezzato «Steve Mc Queen» per la straordinaria somiglianza con l’attore americano che spopolava in quegli anni.
Motta, come Gimondi, era uno degli uomini di punta della Sal­varani. Il giorno dopo fu la volta della PotenzaBenevento, 177 chilometri su e giù nel cuore del Mezzogiorno.
«Volevamo cancellare lo smacco del giorno precedente racconta Gualazzini, nato a San Secondo il 22 giugno del '44 per cui pro­vammo subito a prendere in ma­no la situazione. L’obiettivo era quello di vincere con Zandegù, il nostro velocista».
Quella tappa fu un’odissea. Dopo cinquanta chilometri un cane at­traversa la strada: Bergamo e Balmamion finiscono all’ospeda­le. Poi la lunga fuga solitaria di Ole Ritter, passistone danese della Dreher che l’asfalto se lo beveva. Quindi ecco la Salvarani: si muove sua maestà Gimondi con Nicoletti, inghiottiti però dal gruppo a una ventina di chilo­metri dalla fine. Sono fuochi d’artificio. Tentano l’allungo Mori, Polidori, ancora Gimondi. Invano. Intanto Gua­lazzini fora. Niente paura, ci pensa un altro parmigiano, il ge­nerosissimo Emilio Casalini, a ri­portarlo dentro. Meno cinque: schizza via Van Springel, lo se­gue il redivivo Polidori. Ma a due chilometri dall’epilogo sono tutti ripresi, pure Ritter. Gruppo com­patto. Al triangolo rosso Rinus Wagtmans, fedele luogotenente di Merckx (che non prese parte a quel Giro) spara le sue cartucce.
Ma dietro ci sono loro, i due par­mensi: Casalini è un treno, Gualazzini un aereo pronto al decollo.
Wagtmans è riassorbito dal gruppo. Ultima curva, 500 metri dall’arrivo. Ercole la imbocca per primo, dà una «trenata» che leva tutti da ruota. Si volta indie­tro: Zandegù non si vede, in compenso s'è preso quindici me­tri sul gruppo. Così tira dritto. Intanto Zandegù cade ai 200 metri, lo travolgono una dozzi­na di corridori. Ercole è davan­ti, vede la linea bianca. Dietro sono in rimonta, ma per mezza ruota resiste. La tappa è sua. Si volta: ha preceduto il più gran­de pistard di sempre, Patrick Sercù, e il campione del mondo della stagione successiva, Mari­no Basso. Così: per caso e con l’aiuto dell’amico Emilio. Quel Giro (per la cronaca) lo vin­cerà Gosta Petterson, il più vec­chio dei quattro fratelli svedesi che allevavano Chihuahua. «Non ero un velocista ricorda Ercole ma un passista veloce. Ero un gregario che ogni tanto aveva via libera e la sfruttava. Ho vinto 15 corse: roba buona, nes­sun circuito. Tappe in tutti i tre grandi giri. Ma la vittoria più bella risale al 1973, tappa di Olbia al Giro di Sardegna: mentre battevo Merckx e ancora Sercù, a Parma nasceva mio figlio Antonio ».