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FARABOLI GIOVANNI

 

                                                                                       

GIOVANNI FARABOLI

Nato a San Secondo Parmense il 23 marzo 1876, Giovanni Faraboli è senza dubbio l’esponente più significativo dell’esperienza del primo movimento di emancipazione della Bassa parmense, che si sviluppò in una fitta rete di cooperative, con al centro quella di Fontanelle, nel comune di Roccabianca dove Faraboli viveva. Iscritto al Partito socialista fin dal 1902, era sostenitore della corrente riformista che, nella provincia di Parma, era preminente nella zona della Bassa, dove veniva eletto deputato al collegio di Borgo San Donnino il prof. Agostino Berenini.

L’impegno di Faraboli era stato profuso particolarmente nell’organizzazione di un forte movimento sindacale e ben presto la sua influenza si estese nei paesi vicino Fontanelle. Stimato per questa attività di organizzatore, nel 1905 quando era presidente della Lega dei contadini di Fontanelle, da lui fondata quattro anni prima, veniva nominato membro della Commissione esecutiva della Camera del lavoro, in quel periodo diretta da Alessandro De Giovanni.

L’iniziativa di Giovanni Faraboli, testimoniata dalle scrupolose annotazioni che le autorità di pubblica sicurezza redigevano nella sua “biografia”, oggi depositata all’Archivio centrale di Stato, non trascurava i momenti di maggior respiro della battaglia di emancipazione. Lo troviamo a Ragazzola come oratore per l’inaugurazione della bandiera del gruppo giovanile, poi al Congresso provinciale del Partito socialista a Parma, come uno dei presidenti di seduta e sostenitore della necessità che le leghe partecipassero alla vita politica, ed ancora a Zibello per una conferenza «sulla rivoluzione russa», a Fontanelle per un comizio sul «suffragio universale» e nell’aprile del 1906 a Bologna, dove si svolge il Congresso nazionale della Federazione lavoratori della terra.

I primi sintomi dei contrasti all’interno della Camera del lavoro di Parma, maturati intorno alla decisione del segretario De Giovanni di non aderire al Congresso di costituzione della CgdL, tenutosi a Milano nel settembre del 1906, portano Faraboli e le leghe della Bassa’ a scontrarsi con l’impostazione prevalente nell’organismo Camerale.

Momentaneamente risolti i contrasti, con la partenza di De Giovanni e l’assunzione della direzione della Camera del lavoro da parte di Alceste De Ambris, Faraboli collabora con il nuovo segretario, facendo compiere al movimento sindacale una forte avanzata, culminata nel successo dello sciopero del maggio del 1907. L’adesione ad un nuovo organismo nazionale di impostazione sindacalista, sancita nel convegno di Parma de11’autunno del 1907, spinge Faraboli a promuovere la rottura con la maggioranza della dirigenza camerale.

Un referendum indetto fra gli aderenti alla Camera del lavoro per approvare o meno l’adesione al Comitato nazionale della resistenza dava i seguenti risultati: Ordine del giorno De Ambris, favorevole all’adesione, voti 15.487; ordine del giorno Faraboli, contrario, voti 3.224. I voti alla mozione Faraboli venivano ín maggioranza dalla Bassa: 284 da Colorno, contro i 188 andati a De Ambris, 252 da Roccabianca contro 47, 298 da Fontanelle contro 10, 66 da Ragazzola contro 18; 94 di Busseto contro 16; 105 di Zibello contro 8; ll5 di Pieve Ottoville contro 3; 45 di Polesine contro 8; 83 di Santa Croce contro 1; 161 di Diolo di Soragna contro 6; 100 di Carzeto contro i 27 andati a De Ambris.

È in questi paesi che l’anno successivo, quando si prepara lo scontro con l’agraria, viene consumata la scissione e si forma una nuova Camera del lavoro, con sede a Borgo San Donnino, aderente alla Cgdl, che appunto ha in Giovanni Faraboli uno degli elementi più attivi. Nel marzo di quell’anno Faraboli era stato nominato membro del Comitato, centrale della Federazione nazionale dei lavoratori della terra, e come tale partecipò ai convegni indetti sulla “questione di Parma”, che fecero ancor più risaltare i contrasti fra le due correnti del movimento operaio.

Oggetto di pesantissimi attacchi da parte della stampa e dei dirigenti sindacalisti, accusato di essere responsabile della scissione e di aver ` puntato ‘, per bassi interessi politici, alla sconfitta dei lavoratori diretti dalla Camera del lavoro di Parma, Giovanni Faraboli prosegue in questi drammatici mesi la sua opera di organizzatore, rivolgendo la sua attenzione soprattutto alla battaglia contro la disoccupazione e alla espansione dell’attività della Camera del lavoro di Borgo, che cerca di unificare tutte le forze scontente della conduzione sindacalista.

Nell’aprile 1909 Faraboli, assieme a Italo Salsi, Riccardo Bo’ di Colorno, Biagio Riguzzi, Demetrio Pelloni, Battista Olivieri, Edgardo Fava, promuove un congresso di tutte le leghe della provincia non aderenti al metodo dell’azione diretta, per dar vita ad una Camera del lavoro provinciale collegata con la Confederazione generale del lavoro.

In quella sede assieme a Riccardo Bo’, un altro transfuga della prima stagione del sindacalismo rivoluzionario parmense, che poi diventerà sindaco di Colorno nel 1914, Faraboli presenta un ordine del giorno nel quale era affermato: «Il Congresso, per meglio riordinare il funzionamento e la vitalità delle organizzazioni di Parma e provincia, ritiene utile e necessaria una pronta unificazione fra quelle disposte a seguire la direttiva tracciata dagli organismi e congressi nazionali operai, delibera la costituzione della Camera federale del lavoro di Parma e provincia con sede in Parma e nomina un comitato composto di 11 membri, il quale dovrà tosto mettersi all’opera per dar vita nel più breve tempo possibile al nuovo organismo che avrà per succursali le attuali Camere di Borgo e Colorno».
Lo sforzo di aggregare intorno ad un nuovo centro gli effetti della momentanea diaspora sindacalista non sortiva un solido risultato e ben presto l’influenza riformista si restringeva all’area barghigiana. Faraboli continuò comunque nella sua azione e nel 1910 organizza il Congresso della Camera del lavoro di Borgo’ San Donnino e tiene la relazione sul tema della disoccupazione che per i primi effetti della reintroduzione di contratti parziali di mezzadria e di compartecipazione, come risposta padronale tesa a limitare il peso del bracciantato, si era estesa in modo impressionante.

La crisi che colpisce le organizzazioni riformiste in concomitanza con la guerra di Libia, trova nella provincia parmense una sua particolare accentuazione, perché l’on. Agostino Berenini, personalità di spicco di quella tendenza, legato a Bonomi e Bissolati, segue, dopo il congresso di Reggio Emilia la loro sorte e aderisce al Partito socialista riformista. Nel congresso di Fontanelle, tenutosi il 27 settembre 1912, la Federazione di Borgo, diretta da Guido Galaverni, si dichiarava autonoma rispetto at Partito socialista italiano, dal quale molti dirigenti erano stati radiati; approvava il comportamento di Agostino Berenini e nominava un nuovo Comitato direttivo nel quale figurava Giovanni Faraboli.

Le polemiche all’interno del movimento socialista non fiaccarono comunque l’espandersi dell’attività degli organizzati di Fontanelle, che sotto la guida di Faraboli avevano ingaggiato una strenua lotta per assicurare al Comune di Roccabianca una amministrazione democratica ed onesta. Da sempre il Comune era stato in mano agli agrari, che avevano, spadroneggiato sino a compiere vere e proprie sopraffazioni contro le organizzazioni cooperative, dei socialisti. La battaglia per l’amministrazione comunale durò anni e fu punteggiata da episodi di intolleranza da parte degli agrari, sostenuti dalle autorità.

Da parte loro i lavoratori risposero iscrivendosi in gran massa nelle liste elettorali, frequentando i corsi di alfabetismo che venivano promossi nella scuola serale all’interno della "casa dei socialisti", che costituiva l’immagine più netta delle conquiste del proletariato di Fontanelle. Dotata di accoglienti locali, dove funzionavano spacci e avevano sede le cooperative di lavoro, le leghe, la sezione del partito e la Biblioteca Edmondo De Amicis, inaugurata nel 1910, la "casa dei socialisti" di Fontanelle aveva aperto, nel Comune di Roccabianca e nella Bassa, la strada al movimento cooperativo di consumo ed era stata seguita da analoghe iniziative sorte a Stagno, a Pieve Ottoville, a Santa Croce di Polesine e a Ragazzola.

Nel 1911 l’amministrazione reazionaria di Roccabianca decise di aumentare la tassazione sui pubblici esercizi, ripartendola in modo che circa un terzo dell’aumento ricadesse sulla cooperativa, alla quale in quel periodo aderiva il novanta per cento dei lavoratori. La sfida mossa dagli agrari ben presto si ritorse contro di loro, che una vasta agitazione condotta dai lavoratori, dalle loro organizzazioni e dal giornale «L’Idea» costrinse l’autorità prefettizia a decretare lo scioglimento dell’amministrazione. Alle nuove elezioni il comune passò in mano alle forze popolari, animate da Giovanni Farabo1i, che elessero alla carica di sindaco il giovane contadino Paolo Bertoluzzi. Faraboli entrò in Consiglio con le elezioni del 1914.

L’accendersi della polemica tra interventisti e neutralisti provocava nella provincia nuove divisioni, ben più marcate di quelle avute con la guerra di Libia. Faraboli, coerente con la sua “anima contadina”, che sovente rivendicava a principio informatore della propria azione, si schierò su posizioni neutraliste, sulle quali condusse i lavoratori della Bassa. La sua azione proseguì anche quando già la guerra infuriava, nonostante le ambiguità contenute nella formula di ‘non aderire né sabotare’ adottata dal Partito Socialista.

Si hanno infatti notizie di suoi interventi contro la guerra, di iniziative verso i militari in licenza, di azione di sostegno alle famiglie dei richiamati. Scriveva nell’aprile del 1916 l’anonimo compilatore della Questura: «Continua sempre con speciale attività, mediante riunioni private, o comunque gli si presenti occasione favorevole la sua propaganda neutralista presso le organizzazioni operaie del Mandamento di San Secondo, in quelle viciniori ed in genere del basso parmense, propaganda che cerca estendere quando gli è possibile anche fra i militari offrendo loro bicchierate. Va rendendosi così, con la sua attività ed influenza acquistata, sempre più pericoloso, motivo per cui viene su di esso esercitata una costante e rigorosa vigilanza».

Dopo il Congresso nazionale delle cooperative agricole, svoltosi a Reggio Emilia il 24 febbraio 1918, Faraboli entra a far parte del Consiglio di amministrazione dalla Federazione nazionale delle cooperative agricole che ha sede in Bologna. La sua attività ora si muove su più vasto campo; è possibile trovarlo impegnato nelle più importanti riunioni della Confederazione generale del lavoro, cosí come è possibile vederlo attivo nella Bassa. A Fontanelle promuove la costruzione della sezione della Lega nazionale proletaria fra mutilati, invalidi feriti e reduci di guerra ed a Parma viene nominato, come rappresentante den’ lavoratori dei campi, membro della Giunta esecutiva della Commissione provinciale per gli uffici di collocamento. È in questo periodo che la cooperativa agricola allarga la sua attività, espandendo notevolmente le affittanze, dimostrando con i fatti quanto più alta fosse la redditività dei terreni coltivati dai cooperatori, i quali, riprendendo una vecchia istituzione locale, danno anche vita ad un istituto di credito denominato Piccolo Risparmio.

I sussulti del primo dopoguerra non potevano certo trascurare il “piccolo mondo” di Fontanelle e mettevano a repentaglio le conquiste strappate in anni di paziente e tenace lotta dei lavoratori. Già nell’estate del 1919 tumulti scoppiavano a Roccabianca ad opera di lavoratori disorganizzati che protestavano contro l’amministrazione democratica, sobillati dagli agrari, da esponenti del clero e dai commercianti che più risentivano del calmiere dai prezzi imposto dad Comune. Altri incidenti scoppiavano durante lo sciopero di solidarietà can la Repubblica dei Soviet, per i quali Faraboli, assieme ad altri, doveva poi subire un processo.

La reazione fascista, con la quale si scatenava tutta la rabbia covata per anni dagli agrari, subito si indirizzava contro la rete di cooperative e di istituzioni che il movimento contadino aveva costruito nella Bassa. Tra i primi a subire le violenze dai fascisti vi è Paolo Bertoluzzi, sindaco di Roccabianca, uno dei più fidati collaboratori di Faraboli; poi è la volta dei lavoratori bussetani che sperimentano nel sangue la ferocia delle squadre del conte Barbiellini; quindi, cade la prima cooperativa. È il 10 Aprile 1921 quando viene devastata la succursale di Pieve Ottoville della Casa dai socialisti. Nell’Agosto del 1922 sarà la volta della ‘Casa’ di Fontanelle’. Nel suo rogo pare bruciare tutta un’esperienza.

Costretto a lasciare Fontanelle, Faraboli si trasferisce a Milano, dove continua la sua attività sia come membro della Direzione nazionale del Partito socialista unitario che come funzionario della Lega delle cooperative. Dopo l’inasprimento della repressione fascista contro il Psu, per l’attentato Zaniboni, Faraboli ripara in Francia a Tolosa dove già si erano indirizzati molti lavoratori italiani ed in particolare parmensi. Impiegato presso un ufficio della Cgt, Faraboli riprende i contatti con l’emigrazione politica e partecipa come rappresentante della CgdL alla costituzione del Comitato regionale della Concentrazione antifascista. Una nota del Vice Console d’Italia in Francia del 6 settembre 1929 affermava: «In questi giorni dopo un lungo periodo di stasi ho notato una ripresa di attività di alcuni ambienti fuorusciti. Per domenica prossima 8 corrente, è annunciata una manifestazione franco-italiana antifascista a Monferra Savas, presieduta da quel sindaco e organizzata dall’ex deputato Guido Giacometti e di noti sovversivi Bertolucci (sic) e Faraboli».

Un telegramma del capo della polizia Bocchini ai prefetti del Regno, datato 1 gennaio 1930 avvertiva: «Pregasi attenta vigilanza specie frontiera per arresto socialista schedato Faraboli Giovanni [...] che a Tolosa svolgerebbe grande attività contro Regime». A Tolosa Faraboli ricostruisce il nucleo dei cooperatori della Bassa, con i fratelli Paolo ed Enrico Bertoluzzi, con Amedeo Azzi e vi ritrova tanti altri protagonisti di quell’esaltante esperienza di Fontanelle. Una cooperativa di lavoro diviene, anche in terra francese, l’elemento di una nuova unione l’occasione di rinsaldare i legami, di garantire sostentamento a quanti hanno lasciato l’Italia, di diffondere gli ideali antifascisti. In un primo tempo viene chiamata Cooperativa dei lavoratori della bassa parmense, poi, dopo il 1927 quando i soci decisero di farne un organismo legalmente riconosciuto: “L’Emancipazione”. In questa cooperativa troviamo altri parmensi, come Primo Taddei, Demetrio Pelloni, Panide Gelati ed altri.

Primo Taddei, Ennico Bertoluzzi e Paolo Bertoluzzi faranno poi parte del Comitato direttivo regionale del Partito socialista, di cui Faraboli sarà segretario quando i due tronconi del socialismo si saranno riuniti. Come responsabile della Federazione del Sud Ovest Faraboli partecipa alle riunioni del partito e non tralascia occasione pur di promuovere un’attiva propaganda antifascista. Ne è documento eloquente una nota del Consolato generale d’Italia a Tolosa del 3 giugno 1932: «Egli - scriveva il Console - è un ardente antifascista e propagandista sovversivo, segretario della Federazione del lavoro, nonché del Psi, sezione G. Matteotti di Tolosa. Si reca sovente in giro di propaganda nei vari centri maggiormente popolari d’italiani, dove organizza riunioni e tiene conferenze incitando gli antifascisti ad attaccare le autorità consolari ed i fascisti riconosciuti del luogo [...] Ovunque ha luogo una manifestazione antifascista il Faraboli si trova presente per dirigerla e accusare, inveire contro il fascismo ed il governo nazionale».

La sua fotografia, con il volto largo, i folti baffi, il cappello come appoggiato sulla testa, che lo ritraeva in una espressione divenuta familiare tra i contadini della Bassa, era inserita nel “Bollettino delle ricerche. Supplemento dei sovversivi” che le autorità di pubblica sicurezza diramavano in tutta Italia con l’aggiunta di una drastica annotazione: «Socialista pericoloso da arrestare». La sua attività come dirigente socialista era volta a rendere più solida l’organizzazione del partito e a sviluppare l’iniziativa in senso unitario con le altre formazioni antifasciste. In questo senso nel Congresso del Psi dell’aprile 1933, durante il quale Faraboli presiede una seduta, sottoscrive l’ordine del giorno dell’on. Amedeo nel quale si afferma:

 

«Il Congresso determina nei punti seguenti le direttive generali dell’azione del Partito in Italia all’estero:
1. Rafforzare l’organizzazione del partito facendo appello allo spirito di sacrificio e di devozione dei lavoratori; Non accettare nessun mercato sui principi, ma nello stesso tempo accedere a tutte quelle alleanze politiche le quali abbiano per iscopo di ringagliardire il fronte di lotta per l’abbattimento della dittatura fascista; Mantenere a questo fine la adesione alla Concentrazione di azione antifascista e a Giustizia e Libertà col proposito di farne l’organizzazione unitaria dell’antifascismo.
2. Continuare a difendere in seno all’Internazionale operaia socialista una politica permanentemente risoluta ad opporre la violenza agli attacchi fascisti contro la democrazia, strumento di emancipazione dei lavoratori; che imposti intrepidamente la lotta contro la guerra e che in nessun caso e qualunque ideologia rivesta non può mai essere considerata giusta. Denunciandola nelle sue cause che devono ricercarsi nella lotta fra gli imperialismi e nei suoi effetti che sono sempre di reazione e di fame, che tenda verso la realizzazione dell’unità organica della classe operaia lavorando alla sua unità di pensiero e di azione. A questo fine il Congresso approva iI manifesto della Internazionale socialista del 19 febbraio 1933 e la risposta della Direzione del partito alla recente involuta proposta comunista di fronte unico.

3. Promuovere all’estero, d’accordo con la Cgdl. l’orientamento degli operai emigrati nelle organizzazioni sindacali aderenti alla Fsi. Infine il Congresso, fermamente risoluto a continuare la sua battaglia per riconquistare al socialismo diritto di cittadinanza in Italia,rivolge un saluto ai compagni ed agli antifascisti prigionieni e deportati ed esorta i lavoratoni ad organizzarsi sotto la bandiera del Partito socialista italiano e della Internazionale operaia socialista per intensificare la lotta che ha per obiettivo la totale emancipazione dei lavoratori».

 

A questa impostazione legata, in definitiva, all’esperienza della Concentrazione e quindi sottoposta ancora ai residui di annose divisioni all’interno del movimento operaio, Faraboli si manteneva fedele in tutta la sua attività, non per questo, meno efficace.

Utilizziamo ancora una volta una nota del Consolato di Tolosa, redatta in data 17 luglio 1934, che si riferisce all’azione svolta da Faraboli nella regione del Sud-Ovest. «Se si considera - è scritto nella lettera inviata al ministero degli interni - che egli è riuscito a creare circa un centinaio di sezioni nei vari dipartimenti, a raccogliere durante il I semestre 1934 oltre 20 mila franchi per sottoscrizioni per la propaganda sovversiva ed a distribuire un numero rilevante di giornali e stampe antifasciste, si può dedurre quale sia la di lui attività politica».

Il problema dei rapporti con i comunisti, che diviene elemento centrale del dibattito dell’emigrazione antifascista e delle stesse formazioni del movimento operaio francesi nei mesi che precedono la `svolta’ del Fronte, provoca anche all’interno dei socialisti “tolosani” un serrato confronto nel quale emergono significative differenziazioni. Se, infatti, Enrico Bertoluzzi si dichiara convinto della necessità di opporre al fascismo avanzante una più stretta alleanza tra le due componenti del movimento operaio ed esprime queste sue considerazioni in una serie di riunioni nei primi mesi dell’estate del 1935, Faraboli, temendo la perdita di una fisionomia propria da parte del Partito socialista non recede da una posizione di sostanziale sfiducia nei confronti della proposta di organica unità con i comunisti. Questo è il senso del suo intervento al Congresso del Psi del 1937.

L’aggressione fascista all’Etiopia, che solleva discordanti reazioni nel mondo dell’emigrazione italiana, viene duramente condannata da Faraboli, che organizza Iniziative per manifestare la protesta dei lavoratori italiani contro l’atto banditesco compiuto dal governo di Mussolini. Altre iniziative saranno promosse da Faraboli in sostegno alla Spagna repubblicana, per aiutare la resistenza, per assistere le popolazioni.

La tragica conclusione della guerra civile, resa più drammatica per gli antifascisti italiani riparati in Francia dall’inasprimento dell’atteggiamento nei loro confronti delle autorità francesi, obbliga gli stessi dirigenti ad una posizione di difesa di una dignitosa condizione di vita, che non è sempre possibile, mentre crescono le difficoltà per i permessi di soggiorno, per il rinnovo delle carte dei passaporti, mentre, insomma, la Francia diviene ogni giorno sempre più inospitale. Non è un caso che una nota del Consolato di Tolosa del 1938 ci presenti Giovanni Faraboli impegnato allo strenuo delle energie nel collegamento con le autorità municipali, con le quali era in buoni rapporti, per far sí che fosse alleviato il disagio dei suoi connazionali, che fosse reso più celere il disbrigo del rilascio dei permessi, dei passaporti, delle carte d’identità.

L’azione di Faraboli non si limita comunque solo a questa importantissima sfera; infatti, lo troviamo ai seguito di Pietro Nenni in un giro di comizi che nel 1939 il dirigente socialista tiene nei più importanti centri della regione Sud Ovest, cosí come lo troviamo assieme a Luigi Campolonghi, esponente della Lega dei diritti dell’uomo, a Muret, dove prende la parola per propagandare la necessità di una più decisa iniziativa antifascista. Il rapido precipitare della situazione, con la’ sconfitta dell’esercito francese, l’invasione. nazista e fascista, la formazione del governo di Vichy, modificò la stessa geografia del fuoruscitismo che per un certo ‘periodo parve trovare nella regione del Sud Ovest un luogo assai sicuro.

A Tolosa Faraboli aveva intanto assunto l’incarico di segretario del Comitato di assistenza dei profughi italiani, che nei fatti assicurava, sotto quella forma, la prosecuzione dell’attività della Federazione socialista sciolta dalle autorità.

Ben presto anche il Comitato, che provvedeva a erogare ai fuorusciti sussidi raccolti con sottoscrizioni inviate anche da Luigi Antonini, esponente del sindacalismo americano con il quale Faraboli stringe rapporti, veniva a subire la repressione degli occupanti che costringevano Faraboli e gli altri più noti antifascisti a lasciare la loro attività. Faraboli era obbligato così a stabilire un nuovo domicilio, dove veniva attentamente sorvegliato.

La tappa successiva di questo calvario sarà il campo di internamento del Vernet, dove rimarrà per dieci giorni, accusato di aver provveduto a stampare ed a diffondere assieme a Enrico Bertoluzzi, Silvio Trentin, Guido Giacometti, il giornaletto “La Parola degli Italiani”, che conteneva l’appello «di un comibato d’azione del popolo italiano per l’indipendenza, la pace e la libertà».

Scarcerato, Faraboli collaborò attivamente con la Resistenza, stendendo una fitta rete di iniziative solidaristiche e assistenziali, delle quali beneficiarono in modo particolare gli antifascisti italiani. Per questa sua opera, che proseguiva senza soluzione di continuità un’azione iniziata circa venti anni innanzi, alla fine della guerra, la nuova Repubblica italiana volle conferire a Faraboli una delle sue più alte onorificenze Fu il presidente Luigi Einaudi che concesse a Giovanni Faraboli la stella degli italiani benemeriti all’estero.

Fu quella una delle poche occasioni che resero meno tristi gli ultimi anni di vita del valido organizzatore della Bassa, «apostolo di socialismo e di italianità» - come lo definì Giuseppe Saragat nel discorso per la commemorazione tenuto a Fontanelle il 4 settembre 1955. Isolato rispetto alle novità significative apparse in Italia e nella stessa sua provincia, seriamente ammalato, Giovanni Faraboli chiudeva nella solitudine una vita dedicata ai lavoratori, nella convinzione che la loro emancipazione avrebbe migliorato l’intera umanità. Moriva all’Ospizio degli incurabili di Parma il 4 febbraio 1953.

 

 

 

 

 

 

 

 

(da Il movimento cooperativo a Parma tra riformismo e sindacalismo di Umberto Sereni, De Donato, Bari 1977)